lug 12

Stavo pulendo l’HD.

… E come al solito trovo qualcosa di tuo.
Chissà se e’ un caso che sia saltato fuori l’altra sera.
Chissà se e’ un caso che, tra tutte quelle che hai scritto, negli anni, questa mi fosse passata di mente.
Chissà se e’ un caso che quasi mi sembri di non ricordarla nemmeno.

 

Porta la data del 6 Dicembre 2007.
E a me, come sempre, ha fatto venire i brividi.

Ti voglio bene “vecchina”.
E sono sempre quella bambina spaurita che se ne sta nascosta. Aspettando che la sua Luna le chieda aiuto.

 

 

L’altra notte nel cielo di Ischia c’erano le stelle e c’era una stellina piccolissima… opaca e lontana.

Lo sai piccina che le stelle sono più luminose quanto più sono vicine.. e quella stellina era lontana lontana .. se ne stava in un angolo.. la prima a sparire se un raggio più forte la colpiva e l’ultima a comparire, quando la luna era già alta  nel cielo.

Le altre stelle sembravano non curarsene e anche la luna sembrava quasi non fare caso a lei. Ma la luna diventava a sua volta sempre più piccola pronta a quel sonno che le porta ristoro e le permette di ritornare a brillare.

Allora si guardò intorno cercando una stella che l’accompagnasse. Le stelle non ne avevano nessuna voglia anzi non vedevano l’ora che andasse a dormire per poter avere il loro  momento di gloria; solo la stellina piccina si avvicinò e la seguì.

La luna dormì per sette notti… ma quando ritornò nel firmamento, volle che la piccola stella le restasse accanto  a sfidare con lei la luce del sole.. e la piccola stella divenne la stella del mattino.. la più brillante di tutte.. quella che rifulge la dove le altre scompaiono..

Nel palcoscenico del cielo fu quella che parlava a chi sapeva ascoltare la voce del silenzio e degli spazi.

Una notte, una bimba guardava le stelle sentendosi come si sentiva quella stella nascosta e solitaria e la bimba aveva lacrime che non sapeva piangere e parole che non sapeva dire e restava muta ed assorta col nasino all’insù.

La stella scese allora a parlarle col linguaggio muto delle stelle: “io e te siamo uguali” disse “anche io avevo paura di mostrarmi, di avvicinarmi di farmi vedere.. perchè ogni volta che avevo tentato mi  avevano sbattuto la porta in faccia.” La bimba si lasciava illuminare, un poco intimidita, ma la voce della stella era dolce e il suo sorriso contagioso.

“Così – continuò la stella – mi ero allontanata sempre di più e sempre di più avevo perso la speranza.. fino a quella prima notte in cui mi accorsi che qualcuno aveva davvero bisogno di me”,

la bimba si sedette sull’arenile, continuando ad ascoltare “Non è che io sia cambiata. Ho sempre voglia di nascondermi, ma quando la luna sta per tramontare e il sole inizia il suo cammino nel cielo, io le resto vicina brillando più forte, e ricordando a tutti che ci sono cose che solo una luce fioca può mostrare.. ” La stella tacque. “Ma io  non ho nessuno..” disse la bimba.. guardandosi intorno in quella spiaggia vuota che si offriva al mare come un sacrificio “Io.. ” si interruppe, da lontano, a lenti passi, una vecchina che si reggeva ad un vecchio bastone, si avvicinava piano. Sembrava stanca e senza più risorse.

Non so per quale moto dell’anima la bimba si sia alzata in quel momento, né perché le sia andata incontro. So che si avvicinò e le tese la mano, accompagnandola nel tratto più oscuro.. e la vecchina sorrise..

 

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giu 9

Mi manchi


E’ passato un mese.
Ed io ancora non riesco a convincermi del fatto che, per la prima volta in anni, quel cellulare non suona mostrandomi il tuo nome.
Che per la prima volta, in così tanto tempo, non ti sento ridere di qualcosa che ho combinato, dicendomi che sono sempre la stessa. Bacchettandomi a modo tuo.
Che per la prima volta non possiamo ricordare di quando giocavamo insieme. Ridere di quel rapporto barbino “mamma-figlia” che ci siamo sempre giocate nei vari giochi di ruolo in cui siamo approdate negli anni. Ricordare insieme qualche cosa che ci aveva fatto ridere, o chi ci aveva fatto uscire fuori dai gangheri.
E ritrovo, nei vari HD che ho sparsi per la stanza, foto, pezzi di giocate, pensieri, chat di msn e le fiabe che raccontavi alle Lyneth della situazione durante giocate che andavano ben oltre l’affetto tra due personaggi in un gioco. Che sfociavano in un rapporto, in un’amicizia, ben più solida di quella che due schermi di un computer possono offrire.

Sai che ancora adesso conservo praticamente tutti i messaggi che in questi anni ci siamo mandate?
E non ritiro mai fuori i vecchi cellulari per prestarli a qualcuno perché vorrebbe dire cancellarne qualcuno. Cancellare ricordi che, per come sai benissimo che sono fatta, rimarranno li ad imperitura memoria di quello che conservo, ancora più gelosamente, nel cuore.

E sorrido, nel pensare a quante cose in questi anni mi hai insegnato.
Sorrido nel rendermi conto di quanto, con la tua presenza costante, hai fatto per me. Di come sono cresciuta, sapendo di poter contare su qualcuno di abbastanza fuori di testa da capirmi a volte senza nemmeno bisogno di spiegazioni.

E vorrei tornare indietro ad un mese fa.
Quando mi hai detto: “Sto andando a mangiare, ti chiamo poi io dopo”…
Quando la chiamata che ho ricevuto non è stata la tua. E sono poi rimasta inebetita a fissare un cellulare.
Perché nella mia mente di “bambina” non era possibile.

E poi accendere il computer e chiamare in ufficio per avvertire che io, stavo partendo.
Salire sul primo treno. Quel viaggio con il cuore in gola e lo stomaco sottosopra. Con la mente che riscopriva ricordi di quando ci siamo viste per la prima volta al capodanno 2005/2006.
Aspettarti davanti a San Pietro con i tuoi sms che si preoccupavano della macchina che puzzava di fumo.
Andare al cinema a vedere “Il Diavolo Veste Prada” perché tanto faceva brutto tempo.
Conoscere la tua famiglia e sentirmi davvero “qualcuno” nonostante avessi quanti? Diciassette anni?
Imparare a conoscere tante cose, di Roma, soprattutto.
Quella chiesa in mezzo al verde e al silenzio.
Quella strada dove siamo diventate matte a capire quando era il punto in cui si saliva pur essendo in discesa.
E ridere davanti ad un caffè. Piangere pensando ad un film.

Ricordi che si rincorrono e si accavallano frenetici. Come quando sei venuta a Torino tu, e siamo andate a vedere il museo che era stato aperto per le Olimpiadi finite da poco.
Quella tua frase ancora me la ricordo, quando mi hai detto che finiti gli esami a scuola saresti salita a Torino.

E ricordo anche le discussioni, quando non eravamo della stessa opinione.
Ricordo quando vivevo a Parigi che i cellulari non funzionavano e la metà delle chiamate venivano perse tra la linea di Vodafone e di SFR.

Ed il mese scorso venire li, sulla spiaggia di questa foto, a salutarti a modo mio. A modo nostro.
Davanti a quel mare che era spesso fonte di dettagliate descrizioni mentre andavi a lavoro.

… Mi manchi.
Mi manca soprattutto pensare a tutto quello che in questi anni avrei voluto dirti, avrei voluto raccontarti, e che ho sempre rimandato.
Mi manca pensare a quel viaggio a venezia che da quando ti ho conosciuta abbiamo sempre minacciato di fare, ma che poi e’ sfumato tra mille impegni.
Mi manca sentirti dire che siamo noi giovani a doverci lamentare della nostra attuale situazione lavorativa. A dover cambiare l’Italia. Quell’Italia che non ti piaceva come veniva governata.
E non so perché ma sono seriamente convinta che, tra tutto quello che sta accadendo ora, ci sia il tuo zampino.
E la certezza che ci sarà il tuo zampino anche se riuscirò a mettere in piedi quello che da tempo vorrei mettere in piedi. Lasciare quelle dannate cuffie del Call Center abbandonate per qualcosa che mi piaccia fare.

E mentre le dita scorrono sulla tastiera, creando frasi senza senso, senza un filo logico ne temporale, sto piangendo e sorridendo allo stesso tempo.

“L’amore non si divide. Si moltiplica.” Lo dicevi sempre. E sono convinta che tu l’abbia moltiplicato per tutte le persone che tengono a te. Per quelle persone per le quali hai lasciato un segno. Per me. Per le tue figlie. Per Ste.

E ora e’ meglio se chiudo qui e mi metto a “lavorare” seriamente a quel progetto di cui ti ho tanto parlato.
Ti aspetto, nei sogni, come l’altra notte.

C’era una volta in un paese lontano lontano..  ma anche no.. una bimba che non voleva accettare di non essere più bimba..
Perché? Chiederete voi.. Perché aveva paura.. Paura di quel mostro insondabile che si chiama futuro.. Che si chiama vita.
Ma la vita è. Ed il tempo macina il futuro, momento per momento, fino a renderlo presente e poi passato, Ed è il momento che va vissuto. Sempre. E assaporato. Sempre. Che porti gioia o dolore. Da soli. O chi sarà capace di viverlo con noi.
Che strana favola… Direte voi.. Dove c’è solo una bimba che non è più bimba ed un tempo che non si sa cosa sia.. E i cani i gatti i cavalli? … E gli amori… le giostre i dolori dove sono? Ci sono, nascoste in ciascuno degli angoli del tempo che si chiamano attimi.. Anche quando sembra che non esistano gioie, che non esistano giostre, che non esistano amori..  Ci sono nascosti come in una caccia al tesoro di cui si hanno solo pochi indizi confusi.
Ed è questo in fondo quello che fanno le madri, prendono per mano le bimbe e insegnano loro a cercare negli angolini nascosti. A trovare i piccoli tesori che si chiamano sorrisi.. oppure un caffè che non fa male, oppure risate senza senso.. che a volte possono anche travestirsi da lacrime, ma che non perdono mai il sapore della vita.

Per te.
Ti voglio bene.

A.G

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mag 17

Per te.

 

Ci siamo conosciute cosi.
In un gioco online, tra una risata e l’altra.
Poi quel numero di telefono, un’amicizia che non poteva che andare solidificandosi.
Quella partenza per il brasile, quando ho iniziato i primi blog.
Era il 2005. Ma già giocavamo insieme da un paio d’anni.
Ora ne sono passati quasi dieci. E l’idea che il tuo nome non comparirà più sulla rubrica del cellulare, mi annienta.
Sapere che non potrò chiamarti mentre torno a casa.
Che non potrò raccontarti felice delle foto che ho fatto, e non potremo decidere quando fare il nostro giro per Roma, armate di zainetto e macchina fotografica.

Ed è la sera.
Che mi rendo conto di tutto questo.
La sera quando, nel letto, non riesco a tenere la mente occupata in altro.
La sera quando mi ritrovo quelle tue parole, stampate, incollate sul muro. E le rileggo.
La sera, quando mi connetto a qualche gioco di ruolo, e mi tornano in mente le giocate che negli anni abbiamo fatto.

Mi manchi.
E’ inutile negarlo.
E non mi sarei mai perdonata se non fossi riuscita a correre da te, a Roma.
Chiamare in ufficio e avvertire che stavo prenotando i biglietti. Sentirmi dire che le ferie non potevo prenderle e rispondere che la cosa non mi interessava. Che io sarei partita comunque e che potevano anche stracciare li il mio contratto. Perché non potevo rimanere a Torino. Perché non potevo non venire giù.
La testa nel pallone. La paura di perdermi. La paura di essere, forse, di troppo. Di non avere niente a che vedere con quando era successo.

Arrivare con un’ora di anticipo e andare al centro commerciale.
Sedermi al bar dove siamo andate la prima volta che scesi.
E quindi raggiungerti. E cercare di sembrare forte, cercare di non essere la bambina che piange che so’ non avresti voluto vedere.
Ma quella che fino a quel momento era la speranza di un brutto sogno, era andata cadendo. Infrangendosi contro il pavimento. E son tornata bambina. Son tornate le paure.

Ma ero li.
E questo mi bastava.
Poi la corsa per Ostia.
Per te. Perché è di quel mare che spesso parlavamo.
Per sedermi li. E salutarti, a modo mio.

 

Mi manchi.
Mi manchi oggi e mi mancherai ancora di più domani.
E ti voglio bene. Al di la di qualsiasi discussione. Al di la di qualsiasi litigio potesse essere nato. Al di la di tutto. Te ne ho voluto. Te ne voglio. E continuerò a volertene.

“C’è dove noi vogliamo un mondo che ci aspetta dove siamo riconosciuti. Il nostro compito è continuare a cercarlo Bimba mia. Ti voglio bene.” A.G

E a me piace immaginare che stai passeggiando per le spiagge del Brasile.
Che hai di nuovo perso il cellulare.
Ma sei qui.
E ci sarai sempre.
Nel mio cuore. Nel cuore di chi ha avuto modo di conoscerti. Nel cuore delle tue figlie, di tuo marito.
Nei nostri pensieri.

A presto.

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dic 7

In risposta…

… ad una semplice nota su Facebook capace di stravolgermi la giornata.
E come i bambini con i messaggini sui banchi di scuola, voglio rispondere ad ogni singola riga di quella nota…

Vorrei riuscire a farti capire quanto tu sia importante per me.
Vorrei riuscire a farti comprendere quanto è cambiata la mia vita, da quando tu, in punta di piedi, sei arrivata sul mio sentiero.

E sai farlo molto meglio di quanto tu stessa non ammetta di riuscire a farlo…

Ricordo quei tuoi nick minacciosi.
Ricordo tutta la cattiveria di persone sconosciute, che cercavano di metterci contro.. per un gioco.
Ricordo le serate a chattare.
Ricordo con un sorriso la prima telefonata. Io che, mediamente (fuori dal lavoro) evito il telefono come la peste.
Ricordo la tua risata e quelle confidenze quasi sussurrate.
Ricordo come ci siamo avvicinate, senza imposizioni.
Un gioco.Un dannato meraviglioso gioco.

I nick di chi ha saputo abbandonare tutto. E tutti. I nick di chi ha avuto paura di non farcela. Di chi si e’ ritrovato da solo, sommerso da dubbi e paure che non era in grado di affrontare. E ci saranno sempre persone che tenteranno di mettersi contro di noi. Come Claudia, come Beatrice. Ci sarà sempre chi vorrà insinuarsi nel nostro rapporto, e distruggerlo in modo subdolo, in modo scorretto.
Ricordo la paura che attanagliava lo stomaco quando il tuo numero era li’, sopra il cursore lampeggiante di msn, ad attendere una mia risposta. Ricordo la paura di chiederti un numero fisso, per evitare di pagare una caterva di soldi per chiamarti, per quelle chiamate incluse nell’abbonamento telefonico di casa. Ricordo anche la paura, che forse in quel momento non riconoscevo, che vedessi quella mia richiesta come un’imposizione. Un pretendere il braccio dopo che mi si offre la mano.
Allo stesso modo, ricordo come tutte queste paure sono scivolate quando mi hai dato il numero fisso.
Ricordo l’attesa del tuo ritorno a casa, quella sera. Ricordo l’attesa di vederti su msn e ricordo l’averti chiesto se potevo chiamarti. Ricordo, sorridendo, il tuo “se risponde Luca digli pure che sei la mia Amante” e la mia faccia perplessa dall’altro lato del pc. Ricordo, sorridendo ancora, di essere venuta a scoprire in questo stupidissimo modo che Adryn era Luca, e che lo conoscevo già da tempo (o meglio conoscevo le sue minacce di mandarmi la Mimma contro).
E ricordo, soprattutto, l’aver pensato che eri ad Aosta. Che non eri dall’altra parte del mondo rispetto a dove ero sempre stata. Ricordo che ho pensato che sarebbe potuto essere un rapporto reale, e non solo fittizio. Virtuale. Come molti, troppi altri. Distrutti da una distanza che sembrava essere facilmente valicabile e che e’ invece stata il muro peggiore da superare.

Torno in Italia. Per pochissimi giorni“.Ecco.
Ed io e Luca in macchina per correre da te.
A Torino.
Un abbraccio che non aveva bisogno di parole.

Ricordo gli sms.
Ricordo la speranza di riuscire ad organizzarmi per scendere. Due giorni. Due giorni che con tutto quello che avevo da fare mi sembravano così pochi.
Ricordo la speranza di un tuo sms di risposta che mi confermasse che saresti scesa.
Di come ho cercato, in quel modo probabilmente subdolo, di mettere già da subito alla prova quel rapporto che si stava creando. Di cercare di scoprire se l’interesse di vedermi in carne ed ossa, era abbastanza forte da convincerti a correre per quei 100 dannati km che ora ci separano, ancora.
Mi ricordo l’ansia, dal tuo messaggio della partenza, e quell’ora di tempo passata a messaggiare.
Mi ricordo la paura quando ho aperto il cancello e sono uscita, per venire incontro alla macchina.
E non posso non ricordare quella portiera aprirsi in macchina ancora in moto. Non posso ricordare l’averti vista scendere. E quel nostro abbraccio che significava tutto. Che escludeva il mondo che, maleducatamente, nemmeno avevo ancora salutato.

E così è sempre tra noi.
Basta così poco.
Basta un “Pronto” per capire se qualcosa non va.
Basta un sms per comprendere che c’è qualcosa che vorresti dire.
E scatta la telefonata.
“Cos’hai?”
Niente“.
Mmmm… ma poi basta così poco per lasciar fluire le parole e sentirsi vicine, sempre.
Nonostante questi maledetti 100 km.
Nonostante una distanza fisica che alle volte pesa come un macigno sul cuore.

Non e’ riuscito il mondo esterno a separarci. E non ci riusciranno questi 100 km. Fossero anche 1000.
Perche non serve altro che un sussurro. Per capirci.
Non serve altro che un “Pronto” tra le lacrime dopo una chat di Gtalk cosi difficile da sostenere. Per ripulire le incomprensioni di chi accetta di poter sbagliare, e di chi accetta l’errore degli altri.

Tu eri con me quel giorno che Luca mi ha chiesto di sposarlo.
Non riuscivo a contenere la gioia.
Non riuscivo a smettere di piangere per la felicità.

E non potrei dimenticare il tuo sorriso in Webcam quando ogni due secondi mi mostravi l’anello.

Ed eri con me quando ho preso la patente.Un sms per avvisarti che ce l’avevo fatta.
Ed eri e sei sempre con me quando le cose girano male.
O quando ho voglia di urlare il mio dolore.
O quando ho bisogno di sentirti vicina.
Così.Senza un reale motivo.

Un sms che a lavoro strappa un sorriso.
E quando le cose girano male, girano male per gli altri. Un abbraccio, sulla panca di Villeneuve. Un sorriso. Una lacrima, sincera.

Forse, semplicemente, perchè sei la mia migliore amica.

E la panchina di Piazza Chanoux.
E quelle confidenze silenziose. Che commuovono.

E mi spiace per settembre.
Mi spiace per aver lasciato che parole esterne ed atteggiamenti stupidi, si mettessero tra noi.Non mi rendevo conto di farti male.Non in quel momento.

Ho avuto paura in quei giorni. Non posso negarlo. Ho avuto paura di averti perso davvero. Ho avuto paura che, coalizzandosi, fossero riusciti a separarci. A insinuare nel nostro rapporto quel sospetto che elimina la fiducia. Leggevo le tue risposte a monosillabi, e non riuscivo a fermare le lacrime. Fissavo lo schermo, dicendomi che saresti tornata l’Antonella di sempre. Cercando di convincermi di qualcosa che in realtà temevo non sarebbe accaduto. Sentivo il cuore esplodermi in petto, e un freddo dentro che segnalava la tua mancanza.
Ho sofferto. Ci son stata male. Le tue parole mi hanno ferito. E la paura, venendo su ad Aosta, di dover tornare poi a Torino la sera stessa. La paura di cercare un tuo abbraccio. La paura di distruggere quella specie di semi-equilibrio che tentavo di recuperare. Di sentirmi sbagliata. Di esserci in un momento sbagliato.
Quella sensazione che con te non amo sentire. Quella sensazione che non e’ mai stata parte del nostro rapporto. Quella sensazione di non sentirmi adeguata, di essere sbagliata e di dover sparire. Quella sensazione che ti distrugge letteralmente e che con se distrugge tutto quello che c’era stato.

E ritorno da teeeeeeee“.
Pietra sopra.
E noi.Così complicate e spesso “strane”.
Noi, forse morbose…Macchisenefrega?!
Noi ci vogliamo bene.
E ci hanno provato in moltissimi a mettersi tra noi.
Prima con la cattiveria.
Poi con sottile (e neanche tanto) malizia.
Poi ci hanno provato nascondendo le cattiverie sottoforma di zucchero.
Ci hanno provato.E ci proveranno.
Ancora.Ancora.Ancora.
E noi ci rideremo su.
Come sempre.
Perchè alla fine, mano nella mano, andremo avanti.

E non ci riusciranno. Perchè basta avere il coraggio di parlare. Di parlare di Noi. Per escluderle dal nostro micro-mondo.

E provo pietà per loro.
Provo pietà perchè mai conosceranno il valore di quell’Amicizia che noi invece Viviamo.
Ogni giorno.
Pietà per loro, perchè non riusciranno mai davvero a fidarsi di qualcuno così tanto.
E non per tornaconto personale.
Non per opportunismi del cazzo.
Ma per.. Amicizia.Pure, Semplice.
E ci saranno gli scazzi.
Ci saranno i problemi.
Ma si chiama.. confronto.Non allontanamento.

Stiamo crescendo.
Insieme.

C’è chi ridicolizza l’espressione “Migliore Amica“.
Io. Onestamente. Me. Ne. Fotto!
Tu sei stata, sei e rimarrai la mia migliore amica.
E se questo per qualcuno è un problema…Non ci riguarda.

Ti voglio bene, Fefé!

Ti voglio bene Anto.
Ti voglio bene come quel giorno che mi hai contattato.
Ti voglio bene come quando abbiamo parlato sulla panchina, in piazza.
Ti voglio bene come quando mi hai distrutto, per poi tornare.
Perché un rapporto come il nostro, sorelle nell’animo, non può essere distrutto dalle dicerie degli invidiosi.

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set 1

Il mondo…

Ore: 05:31 - Tags: Passato,Pensieri,Varie

… ha uno strano modo di crollarti addosso.
Per molto tempo si limita semplicemente a “sfogliarsi”. A perdere pezzi di se strada facendo, alle tue spalle, in modo che tu non te ne accorga se non voltandoti. In modo subdolo, in modo infimo, lui inizia a spettezzarsi e tu non hai il tempo di intervenire con della colla a ripristinare quelle strisce di mondo scomparso.
Poi, nell’assordante frastuono di un’istante… si distrugge. Ed ogni pezzo di quel mondo ti cade addosso, soffocandoti, impedendoti i movimenti. E annaspi, come un cucciolo nell’acqua, cercando di liberarti da quell’opprimente sensazione di fallimento che ti stringe il cuore e le viscere.
E ne esci eh.
Si, ne esci piano piano, ogni giorno, risali un po’ verso la superficie. E se nulla cerca di trattenerti a fondo, alla fine ti ritroverai sul bordo di un burrone, a guardare il tuo mondo, in fondo, essere portato via dalla corrente, e con una strada davanti a te, da percorrere, per ricostruire un mondo nuovo.

E mentre annaspi, ogni momento è buono per buttare giù pensieri. Qui, nel Blog, su quaderni sparsi per casa, addirittura sugli scontrini della banca, quelli belli lunghi che permettono di trovare pace nello sfogo di qualche ora.
Anestetizzare i pensieri. Ecco cosa sei portato a fare. Avanzi nell’incoscienza di qualcosa che non conosci, e che nonostante tu possa esserci passato più e più volte, non sarà mai come la volta prima.

Quando crolla il mondo, cresci?
Quando crolla il mondo, esiste qualcosa che possa recuperarlo? Una lenza? Un retino?
L’anima di quel mondo può forse tornare a te come attratta da qualcosa? Dalla forza del passato?

Per ora non mi è mai successo.
E mi sveglio una mattina, dopo la prima notte libera da strani sogni, pensando ai miei mondi.
Cercando di immaginarli, mischiati, ammassati in fondo a quella gola che se li è risucchiati. Un pezzo di un mondo a contatto con il pezzo di mondo precedente, o successivo. E chissà a scendere in quella gola cosa potrei trovare…
Ricordi temo. Solo ricordi, magari sbiaditi dal tempo e “modificati” dal rancore e dalla paura. Da colpe che non hanno un proprietario, eppure esistono.

Nell’arco degli ultimi anni ho cambiato svariate volte il mio mondo.
Ho voluto sostituirne gli abitanti. Allontanandomi da quelli precedenti, avvicinandomi a persone nuove.
Per poi magari tornare sui miei passi quando anche il mondo nuovo iniziava ad incrinarsi. Magari recuperare dalla tasca dei mondi scomparsi, una persona, un fatto, un sorriso o una lacrima.

Cosa terrò di questo mondo quando si sgretolerà a terra?
Forse lui.
Forse lei.
O ancora entrambi o entrambe.
E il ricordo di quel giorno, in cui tutto sembrava essere chiaro nella mia mente. In cui c’era qualcosa, di indefinibile, a legarci.
Dove è finito quel “qualcosa”? E’ forse bastato davvero così poco per annientarlo?

… uno spicchio del mio mondo è caduto.
Attendo, con paura, il boato del suo crollo e la sensazione di soffocamento nel cercare di … uscirne ancora.

F.

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lug 15

Mancanza…

Ore: 22:06 - Tags: Pensieri

Amore e Amicizia

© Federica Venuto 2009

A volte ti rendi conto che ci sono delle persone che ti mancano.
A volte ti rendi conto che, ti guardi intorno durante la giornata, cercando nello sguardo della gente qualcuno che possa offrirti qualche ricordo di queste persone. Uno sguardo. Un sorriso.
Poi ci sono dei giorni in cui attraversi chilometri, macini strada, nella speranza di una svolta in un rapporto che lentamente sembra essere sfiorito.
E ti rendi conto che è cosi.
Ti rendi conto che non esiste nulla che tu possa fare per recuperare ciò che il tempo ha sfaldato.
E poi rifletti.
E ti accorgi che vorresti un abbraccio.
E la persona da cui lo vorresti, è lontana. Fisicamente. Nel cuore.

Odio questa lontananza.
Mi sta uccidendo.
Mi sta annientando.

Vorrei solo che tutto tornasse come un tempo.
Che tornino i nostri momenti. Indipendentemente dalle parole degli altri. Indipendentemente dal fare degli altri. Indipendentemente dalla gelosia, dall’invidia. Indipendentemente da tutto.
Odio vedere le persone a cui tempo, sparire. Inesorabilmente.

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giu 25

Giorni.

Ore: 19:49 - Tags: Pensieri

Ci son dei giorni in cui tutto ciò che si vorrebbe fare è chiudere la porta, mettere la musica al massimo del volume sopportato dalle casse di casa, e sbattere la testa contro il muro talmente forte da cadere in uno di quei sonni lunghi e senza sogni. Eliminare ogni pensiero, eliminare con un colpo di spugna qualsiasi cosa possa essere andata storta o “malamente” dritta nell’arco dell’ultimo periodo.

Ed è un periodo in cui non mi capisco.
E’ un periodo in cui fondamentalmente mi spavento, cercando conferme che non arriveranno mai, sbattendomi per gli altri e ritrovandomi poi con un pugno di mosche in mano, ed il cuore stretto in una morsa dolorosa.
Io sono fatta cosi… Sono fatta in modo probabilmente sbagliato… Sono anche la persona più brutta sulla faccia della terra ma, cazzo, non ho mai nascosto di essere così. Non con le persone a cui tengo davvero, perlomeno.

E mi rinchiudo in un mutismo che, già so, continuerà a ferirmi per così tanto tempo che dimenticherò perché mi ci sono rinchiusa.
Cerco di proteggermi dalle cattiverie altrui, e non ci riesco. E non ne sono capace. E mi ritrovo a piangere, dopo una giornata di lavoro di quelle da dimenticare, dopo altre discussioni che, davvero, non riesco a capire…

Ho voglia di un abbraccio… sincero.
E mi rintano nella musica. Sotto un piumone ingiustificato visto il caldo che fa.
Stretta al nulla.

F.

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giu 14

Per te.

© Federica Venuto 2010

Di cose da dire ne avrei un milione.
Un milione di pensieri che mi affollano la mente. Un milione di critiche ricevute, nemmeno direttamente. Un milione di lamentele, più o meno importanti, più o meno giustificate, ma non è di niente di tutto ciò che io voglio parlare e di cui voglio scrivere questa sera.

Voglio parlare di questo tuo sguardo.
Dell’emozione che queste tue espressioni danno, nelle persone che ci tengono a te.
Di cosa significhi vedere che ti emozioni per le piccole cose, per i piccoli pensieri di una serata che, sicuramente poteva essere più particolare. Che sicuramente poteva essere più divertente. Che sicuramente poteva essere diversa, ma che ho studiato mettendoci il cuore.
Una serata che ho studiato cercando di arrivare, in qualche modo, a stupirti. Fregandomene di tutto quello che era un semplice “corollario” della situazione.

Ho cercato quelle piccole cose che arrivano a sfiorare le corde dell’anima, e a farle vibrare quel poco che basta per ricevere uno sguardo commosso, un sorriso e farmi sentire felice di esser riuscita nel mio principale intento.

Non sono mai stata brava ad organizzare queste cose. Forse perchè per prima non ho mai partecipato a questo tipo di feste,  forse perchè sono io la prima a non sapere cosa potrei volere in una situazione simile.
E stare una settimana con l’ansia che non tutto riuscisse. Pensare che qualsiasi piccola cosa potesse andare storta. Immaginare e risolvere già nella mia testa una mole improponibile di situazioni che mi si prospettavano davanti. E…
E arrivare invece ad averti qui.
A sentirti emozionata.
A sentirti felice.

Ed è a questo che devi pensare patata.
Non permettere che altri, per egoismo, per gelosia, per qualsiasi motivo più o meno giustificato, possano rovinarti questi ricordi.
Impariamo insieme, anche in questo caso, a passare oltre. A superare questa barriera di incomprensioni e di parole sussurrate alle spalle. Perché se c’è una cosa di cui personalmente sono sicura, è che sono riuscita in quella che era la serata che avevo prospettato. Sono riuscita a comprendere cosa ti emozionava. E sono riuscita a mettere su qualcosa che, nel bene o nel male, rimarrà per sempre una serata importante per te.

Non per altri.
Per nessuno che non fossi tu.

E ognuno è libero di pensare cosa vuole.
La gente è libera di accusarci a priori di avere un rapporto elitario.
La gente è libera di non comprendere come ci si sia trattenuti dall’escludere il mondo per stare insieme.
La gente è libera di trarre le sue conclusioni. Ciò che è davvero importante, è comprendere cosa di tutto questo ci interessa, e cosa sono solo parole lasciate al vento per cattiveria.

Ed è bastato questo tuo sorriso all’arrivo di una torta.
E’ bastato il tuo sguardo stupito al “credo che qualcuno sia venuto a prenderti.” per rendere la serata riuscita. Per rendere perfetto un momento che avevo immaginato esattamente cosi.

Potevo fare molto altro? Sicuramente.
Volevo fare molto altro? No.
E non per evitare di impelagarmi in casini che magari non avrei saputo risolvere.
E non per andare a sanare critiche che sapevo che sarebbero arrivate dal momento in cui ho accettato di prendere in mano questa situazione.

Non volevo fare altro perchè… so che ti sarebbe bastata una pizza, due risate, ed una bella serata in compagnia.

E ti chiedo solo una cosa, Anto.
Te la chiedo con tutto il cuore.
Non lasciare che qualcuno possa rovinarti questo momento. Non lasciare che le critiche possano spegnere quel sorriso. Possano oscurare quello sguardo emozionato, commosso, che avevi sabato sera.

Di critiche ne arriveranno molte altre, nei prossimi tempi.
Critiche a te, critiche a noi e a questo rapporto inspiegabile a chiunque, forse a noi per prime, che ci lega.
Ma di cui non dobbiamo curarci.

Siamo fatte cosi? Si. Se la gente non arriva a capirci perchè non ha mai avuto modo di testare con mano cosa significhi comprendersi con uno sguardo. Comprendere lo stato d’animo di qualcuno per un pronto sussurrato con un’intonazione particolare al telefono. Arrivare a percepire, quasi, il momento in cui l’altra ha bisogno di te… non è cosa che ci riguarda.

E mi spiace per loro, perché sono questi i rapporti che arricchiscono una persona. Questi rapporti di fiducia ed affetto incondizionato. Questi rapporti in cui non c’è la ricerca di cambiare il modo di essere di qualcuno, ma di arrivare a comprenderlo, a renderlo parte integrante del rapporto stesso.

Come ti ho già detto, non posso prometterti che non litigheremo mai. Non posso prometterti che non ci saranno mai quei momenti in cui ci manderemmo volentieri a quel paese.
Posso prometterti che non ci sarà silenzio.
Posso prometterti che non ci sarà modo, da parte di nessuno, di intromettersi nel nostro rapporto.

E se il mondo non capisce che dandoci contro, non fa che aumentare il nostro legame, forse per protezione a quest’amicizia necessaria. Vitale. Non è cosa che deve riguardarci.
Lascia che critichino.
Lascia che non comprendano me. Che non comprendano te.
Perché ci sarà sempre qualcuno geloso di una stretta di mano di troppo. Di un abbraccio a parer loro sbagliato. Di un sorriso. Di uno sguardo.
Ma sono problemi loro. Non nostri.

Stiamo bene con noi stesse?
Vogliamo forse cambiare qualcosa di quello che è il nostro modo di essere insieme? Io no.

E se ho bisogno di te, non mi fermo dal cercarti.
E se ho bisogno di un tuo abbraccio, non mi freno dal chiedertelo.

Mi spiace per chi, cercando di cambiarti, cercando di cambiarci, non arriverà mai a comprendere quanto puoi dare. Quanto vali come persona. Quanto puoi essere importante ed essenziale nella vita di qualcuno.

Ti voglio bene Anto.
E non sono solo parole scritte su un computer e salvate in uno dei tanti database della rete.
Ti voglio bene perchè… si.
Ti voglio bene per come sei. E per quello che mi trasmetti quando siamo insieme.
TI voglio bene per quello sguardo e quel sorriso che scaccia qualsiasi nuvola dai pensieri.
Ti voglio bene per quelle piccole confidenze sussurrate in una piazza. In macchina o a casa tua.
Ti voglio bene per quel tuo contattarmi nonostante i miei nick minatori su MSN due anni fa.
Ti voglio bene per esserci. Per far parte della mia vita. Per essere un punto saldo di questa che, indipendentemente dalle discussioni che abbiamo avuto, e che potremo avere, c’è. E non se ne andrà mai.

Sorelle nell’anima.
L’ho detto. Lo ripeto.
Gli amici sono poi quella famiglia che uno può scegliersi no?
E noi ci siamo scelte. E ti ringrazio per questo.

Fede.

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mag 25

Voglia di fuggire.

Viaggiano i miei pensieri.

© Federica Venuto 2009

E sono ad un corso.
E in realtà dovrei passare queste ore a finire il sito che dovrò consegnare venerdì.
E invece giro tra le pagine di internet, mentre itunes urla nelle mie orecchie canzoni a random, spesso e volentieri, che non sapevo nemmeno di avere. E perdo tempo. Perché tanto se mi ci mettessi adesso a lavorare con flash, html e css mi incasinerei soltanto, ritrovandomi a non capire niente di ciò che vorrei vedere. Ritrovandomi con un sito da rifare, completamente. E quindi eccomi qui. Tastiera in mano. Sguardo perso davanti al pc. Le labbra arricciate e il piede nervoso che batte a terra, mentre le imprecazioni dei compagni di corso a cui i codici non funzionano mi sfiorano appena.

E mi immergo in giochi di ruolo, senza realmente interessarmene. Leggo, guardo, sbircio e spio, eppure non ho voglia di giocare. Non ho voglia di pensare ai casini di sorta. Non ho voglia di dover pensare a muovermi per altri, ricevendo solo calci nei denti per tutta risposta. In fondo….

Oggi non ho voglia di esistere.
Oggi vorrei solo chiudere gli occhi e scivolare in un sonno profondo e privo di sogni.
Oggi vorrei solo prendere un treno e andarmene.

Oggi vorrei una marea di cose. Ma sono qui, a morire di caldo in un’aula troppo stretta per il numero di persone che siamo. Ad aspettare le 18 per poter fuggire, caricarmi in macchina, e correre a mettere i pattini ai piedi e sfogarmi contro l’asfalto del Valentino.

E questo è un post assolutamente insensato.
Privo di nesso logico.
Privo di perchè.
Ma sfogarmi, anche senza scrivere esattamente tutto ciò che mi passa per la testa, mi aiuta a fare un minimo di ordine nella mia esistenza.
Mi basta poco, si.

Alla prossima.

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apr 5

Oggi post doppio…

Pausa Caffé Riflessioni e Pensieri.

© Federica Venuto 2009

Oggi parlo di due persone, importanti, soprattutto, da due anni a questa parte.

Due anni fa, quando avevo lasciato tutto, e tutti, in Italia, e me ne ero fuggita in Francia. Per ricostruirmi. Per ricostruire la mia vita. Per cambiare, non sapevo nemmeno io come, il mio modo di essere.
E in fondo l’ho fatto. Ho affrontato quei piccoli problemi quotidiani che il vivere da soli comporta. Ho affrontato l’idea di fare attenzione ai prezzi mentre faccio la spesa, calcolare la differenza tra una marca e l’altra, e non prendere le cose a caso.
Ho imparato l’importanza di non comprare qualcosa che non avrei usato.
Ho imparato che se ho un problema, devo saperlo affrontare, e che non posso sempre appoggiarmi a mamma e papà.
Ho imparato che uscire la sera, facendo leva su quei pochi soldi sul conto, non da la possibilità di affrontare spese improvvise.
Ho imparato cosa significa rimanere senza soldi sul conto. Guardare la lettera della banca e pensare a come uscire dal casino in cui mi ero messa. Un assegno versato, ma che ancora non risultava incassato.
Ho imparato cosa significa sentirsi dire “Non hai superato il mese di prova. Puoi tornare in Italia.” E alla domanda sul perché non lo avessi superato, sentirmi rispondere una scusa come tante, perché la reale motivazione non riguardava direttamente me, o un mio errore.
Ho imparato cosa significa aspettare con ansia la telefonata del Casting del posto di lavoro. Cosa significa cercarli in continuo, sperando che in quella settimana trovino modo di offrirti altro, perché in Italia non ci vuoi tornare.
Ho imparato cosa significa gioire del fatto che mi veniva data un’altra possibilità. Cosa significa riavere la tessera di lavoro che era stata tagliata in due. Cosa significa guardarsi allo specchio, ed essere di nuovo fieri di come si è.
Ma ho imparato anche cosa vuol dire sentirsi sbagliata, in alcuni momenti ed in alcune situazioni.
Ho imparato cosa significa vedere la propria madre prendere una metro e allontanarsi da dove eravamo noi, per una stupida incomprensione.
Ho imparato cosa significa provare la mancanza di un abbraccio materno. Delle urla di mio padre. Dei litigi con mia sorella.
Ho imparato a convivere con delle sconosciute. A cambiare le mie abitudini, per cercare di renderle comuni.
Avrei voluto imparare a sparire davvero. A dimenticare l’Italia, e vivere a pieno la mia avventura.
Avrei voluto restare un nick su msn, o qualcuno da trovare ad un numero telefono straniero, perché quello italiano era troppo complicato da ricaricare. Una voce, parole, lontane. In parte irraggiungibili.
E questo non l’ho imparato, invece.
E ho consegnato quel foglio di dimissioni. Convincendomi che era la cosa giusta per qualcosa che volevo vivere.
Ingoiavo bocconi amari, comportamenti sbagliati. Perché… era giusto cosi.

Io so, di non essere una buona amica.
Io so di avere una marea di difetti. Di essere sbagliata la maggior parte delle volte. Di dire cose che non dovrei dire, solo perché non imparo a tenere a freno la lingua.
So che, entrambe, vorreste che io fossi diversa, che mi comportassi in modo diverso. Che riuscissi, una volta per tutte, a cancellare la maschera di Armilan per sempre.
Ma è una maschera che indosso da troppo tempo. E’ una maschera che mi vive addosso, e che se abbandono, torna a cercarmi.

Ma quando dico di volervi bene. Non lo dico perché è facile da dire. Non lo dico perché è una cosa del momento. Ho passato anni a non dirlo. Ho passato anni a soppesare ogni singola sillaba, prima di parlare. E mi sono ritrovata a sentirmi vuota. Priva di interessi. Priva di stimoli.

Eppure. Ci siete.
Eppure, in qualche modo, fate parte di me.
E morirei se dovessi perdervi.
E mi rendo conto di essere sbagliata. Mi rendo conto di essere stronza. E mi rendo conto della fatica che si faccia a starmi vicina.
E lo so, lo so, che dovrei cambiare. Imparare a stare zitta. Ma se è un periodo così. Non ci riesco. Non riesco a nascondere lo scazzo. Non anche con voi.

Sono stufa delle maschere.
Sono stufa di essere Armilan per tutti.

E non riesco a far vedere del tutto Federica.

E mo la smetto di scrivere, che mi sento patetica.

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