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Il mondo…
… ha uno strano modo di crollarti addosso.
Per molto tempo si limita semplicemente a “sfogliarsi”. A perdere pezzi di se strada facendo, alle tue spalle, in modo che tu non te ne accorga se non voltandoti. In modo subdolo, in modo infimo, lui inizia a spettezzarsi e tu non hai il tempo di intervenire con della colla a ripristinare quelle strisce di mondo scomparso.
Poi, nell’assordante frastuono di un’istante… si distrugge. Ed ogni pezzo di quel mondo ti cade addosso, soffocandoti, impedendoti i movimenti. E annaspi, come un cucciolo nell’acqua, cercando di liberarti da quell’opprimente sensazione di fallimento che ti stringe il cuore e le viscere.
E ne esci eh.
Si, ne esci piano piano, ogni giorno, risali un po’ verso la superficie. E se nulla cerca di trattenerti a fondo, alla fine ti ritroverai sul bordo di un burrone, a guardare il tuo mondo, in fondo, essere portato via dalla corrente, e con una strada davanti a te, da percorrere, per ricostruire un mondo nuovo.
E mentre annaspi, ogni momento è buono per buttare giù pensieri. Qui, nel Blog, su quaderni sparsi per casa, addirittura sugli scontrini della banca, quelli belli lunghi che permettono di trovare pace nello sfogo di qualche ora.
Anestetizzare i pensieri. Ecco cosa sei portato a fare. Avanzi nell’incoscienza di qualcosa che non conosci, e che nonostante tu possa esserci passato più e più volte, non sarà mai come la volta prima.
Quando crolla il mondo, cresci?
Quando crolla il mondo, esiste qualcosa che possa recuperarlo? Una lenza? Un retino?
L’anima di quel mondo può forse tornare a te come attratta da qualcosa? Dalla forza del passato?
Per ora non mi è mai successo.
E mi sveglio una mattina, dopo la prima notte libera da strani sogni, pensando ai miei mondi.
Cercando di immaginarli, mischiati, ammassati in fondo a quella gola che se li è risucchiati. Un pezzo di un mondo a contatto con il pezzo di mondo precedente, o successivo. E chissà a scendere in quella gola cosa potrei trovare…
Ricordi temo. Solo ricordi, magari sbiaditi dal tempo e “modificati” dal rancore e dalla paura. Da colpe che non hanno un proprietario, eppure esistono.
Nell’arco degli ultimi anni ho cambiato svariate volte il mio mondo.
Ho voluto sostituirne gli abitanti. Allontanandomi da quelli precedenti, avvicinandomi a persone nuove.
Per poi magari tornare sui miei passi quando anche il mondo nuovo iniziava ad incrinarsi. Magari recuperare dalla tasca dei mondi scomparsi, una persona, un fatto, un sorriso o una lacrima.
Cosa terrò di questo mondo quando si sgretolerà a terra?
Forse lui.
Forse lei.
O ancora entrambi o entrambe.
E il ricordo di quel giorno, in cui tutto sembrava essere chiaro nella mia mente. In cui c’era qualcosa, di indefinibile, a legarci.
Dove è finito quel “qualcosa”? E’ forse bastato davvero così poco per annientarlo?
… uno spicchio del mio mondo è caduto.
Attendo, con paura, il boato del suo crollo e la sensazione di soffocamento nel cercare di … uscirne ancora.
F.
Mancanza…
© Federica Venuto 2009
A volte ti rendi conto che ci sono delle persone che ti mancano.
A volte ti rendi conto che, ti guardi intorno durante la giornata, cercando nello sguardo della gente qualcuno che possa offrirti qualche ricordo di queste persone. Uno sguardo. Un sorriso.
Poi ci sono dei giorni in cui attraversi chilometri, macini strada, nella speranza di una svolta in un rapporto che lentamente sembra essere sfiorito.
E ti rendi conto che è cosi.
Ti rendi conto che non esiste nulla che tu possa fare per recuperare ciò che il tempo ha sfaldato.
E poi rifletti.
E ti accorgi che vorresti un abbraccio.
E la persona da cui lo vorresti, è lontana. Fisicamente. Nel cuore.
Odio questa lontananza.
Mi sta uccidendo.
Mi sta annientando.
Vorrei solo che tutto tornasse come un tempo.
Che tornino i nostri momenti. Indipendentemente dalle parole degli altri. Indipendentemente dal fare degli altri. Indipendentemente dalla gelosia, dall’invidia. Indipendentemente da tutto.
Odio vedere le persone a cui tempo, sparire. Inesorabilmente.
Giorni.
Ci son dei giorni in cui tutto ciò che si vorrebbe fare è chiudere la porta, mettere la musica al massimo del volume sopportato dalle casse di casa, e sbattere la testa contro il muro talmente forte da cadere in uno di quei sonni lunghi e senza sogni. Eliminare ogni pensiero, eliminare con un colpo di spugna qualsiasi cosa possa essere andata storta o “malamente” dritta nell’arco dell’ultimo periodo.
Ed è un periodo in cui non mi capisco.
E’ un periodo in cui fondamentalmente mi spavento, cercando conferme che non arriveranno mai, sbattendomi per gli altri e ritrovandomi poi con un pugno di mosche in mano, ed il cuore stretto in una morsa dolorosa.
Io sono fatta cosi… Sono fatta in modo probabilmente sbagliato… Sono anche la persona più brutta sulla faccia della terra ma, cazzo, non ho mai nascosto di essere così. Non con le persone a cui tengo davvero, perlomeno.
E mi rinchiudo in un mutismo che, già so, continuerà a ferirmi per così tanto tempo che dimenticherò perché mi ci sono rinchiusa.
Cerco di proteggermi dalle cattiverie altrui, e non ci riesco. E non ne sono capace. E mi ritrovo a piangere, dopo una giornata di lavoro di quelle da dimenticare, dopo altre discussioni che, davvero, non riesco a capire…
Ho voglia di un abbraccio… sincero.
E mi rintano nella musica. Sotto un piumone ingiustificato visto il caldo che fa.
Stretta al nulla.
F.
Per te.
© Federica Venuto 2010
Di cose da dire ne avrei un milione.
Un milione di pensieri che mi affollano la mente. Un milione di critiche ricevute, nemmeno direttamente. Un milione di lamentele, più o meno importanti, più o meno giustificate, ma non è di niente di tutto ciò che io voglio parlare e di cui voglio scrivere questa sera.
Voglio parlare di questo tuo sguardo.
Dell’emozione che queste tue espressioni danno, nelle persone che ci tengono a te.
Di cosa significhi vedere che ti emozioni per le piccole cose, per i piccoli pensieri di una serata che, sicuramente poteva essere più particolare. Che sicuramente poteva essere più divertente. Che sicuramente poteva essere diversa, ma che ho studiato mettendoci il cuore.
Una serata che ho studiato cercando di arrivare, in qualche modo, a stupirti. Fregandomene di tutto quello che era un semplice “corollario” della situazione.
Ho cercato quelle piccole cose che arrivano a sfiorare le corde dell’anima, e a farle vibrare quel poco che basta per ricevere uno sguardo commosso, un sorriso e farmi sentire felice di esser riuscita nel mio principale intento.
Non sono mai stata brava ad organizzare queste cose. Forse perchè per prima non ho mai partecipato a questo tipo di feste, forse perchè sono io la prima a non sapere cosa potrei volere in una situazione simile.
E stare una settimana con l’ansia che non tutto riuscisse. Pensare che qualsiasi piccola cosa potesse andare storta. Immaginare e risolvere già nella mia testa una mole improponibile di situazioni che mi si prospettavano davanti. E…
E arrivare invece ad averti qui.
A sentirti emozionata.
A sentirti felice.
Ed è a questo che devi pensare patata.
Non permettere che altri, per egoismo, per gelosia, per qualsiasi motivo più o meno giustificato, possano rovinarti questi ricordi.
Impariamo insieme, anche in questo caso, a passare oltre. A superare questa barriera di incomprensioni e di parole sussurrate alle spalle. Perché se c’è una cosa di cui personalmente sono sicura, è che sono riuscita in quella che era la serata che avevo prospettato. Sono riuscita a comprendere cosa ti emozionava. E sono riuscita a mettere su qualcosa che, nel bene o nel male, rimarrà per sempre una serata importante per te.
Non per altri.
Per nessuno che non fossi tu.
E ognuno è libero di pensare cosa vuole.
La gente è libera di accusarci a priori di avere un rapporto elitario.
La gente è libera di non comprendere come ci si sia trattenuti dall’escludere il mondo per stare insieme.
La gente è libera di trarre le sue conclusioni. Ciò che è davvero importante, è comprendere cosa di tutto questo ci interessa, e cosa sono solo parole lasciate al vento per cattiveria.
Ed è bastato questo tuo sorriso all’arrivo di una torta.
E’ bastato il tuo sguardo stupito al “credo che qualcuno sia venuto a prenderti.” per rendere la serata riuscita. Per rendere perfetto un momento che avevo immaginato esattamente cosi.
Potevo fare molto altro? Sicuramente.
Volevo fare molto altro? No.
E non per evitare di impelagarmi in casini che magari non avrei saputo risolvere.
E non per andare a sanare critiche che sapevo che sarebbero arrivate dal momento in cui ho accettato di prendere in mano questa situazione.
Non volevo fare altro perchè… so che ti sarebbe bastata una pizza, due risate, ed una bella serata in compagnia.
E ti chiedo solo una cosa, Anto.
Te la chiedo con tutto il cuore.
Non lasciare che qualcuno possa rovinarti questo momento. Non lasciare che le critiche possano spegnere quel sorriso. Possano oscurare quello sguardo emozionato, commosso, che avevi sabato sera.
Di critiche ne arriveranno molte altre, nei prossimi tempi.
Critiche a te, critiche a noi e a questo rapporto inspiegabile a chiunque, forse a noi per prime, che ci lega.
Ma di cui non dobbiamo curarci.
Siamo fatte cosi? Si. Se la gente non arriva a capirci perchè non ha mai avuto modo di testare con mano cosa significhi comprendersi con uno sguardo. Comprendere lo stato d’animo di qualcuno per un pronto sussurrato con un’intonazione particolare al telefono. Arrivare a percepire, quasi, il momento in cui l’altra ha bisogno di te… non è cosa che ci riguarda.
E mi spiace per loro, perché sono questi i rapporti che arricchiscono una persona. Questi rapporti di fiducia ed affetto incondizionato. Questi rapporti in cui non c’è la ricerca di cambiare il modo di essere di qualcuno, ma di arrivare a comprenderlo, a renderlo parte integrante del rapporto stesso.
Come ti ho già detto, non posso prometterti che non litigheremo mai. Non posso prometterti che non ci saranno mai quei momenti in cui ci manderemmo volentieri a quel paese.
Posso prometterti che non ci sarà silenzio.
Posso prometterti che non ci sarà modo, da parte di nessuno, di intromettersi nel nostro rapporto.
E se il mondo non capisce che dandoci contro, non fa che aumentare il nostro legame, forse per protezione a quest’amicizia necessaria. Vitale. Non è cosa che deve riguardarci.
Lascia che critichino.
Lascia che non comprendano me. Che non comprendano te.
Perché ci sarà sempre qualcuno geloso di una stretta di mano di troppo. Di un abbraccio a parer loro sbagliato. Di un sorriso. Di uno sguardo.
Ma sono problemi loro. Non nostri.
Stiamo bene con noi stesse?
Vogliamo forse cambiare qualcosa di quello che è il nostro modo di essere insieme? Io no.
E se ho bisogno di te, non mi fermo dal cercarti.
E se ho bisogno di un tuo abbraccio, non mi freno dal chiedertelo.
Mi spiace per chi, cercando di cambiarti, cercando di cambiarci, non arriverà mai a comprendere quanto puoi dare. Quanto vali come persona. Quanto puoi essere importante ed essenziale nella vita di qualcuno.
Ti voglio bene Anto.
E non sono solo parole scritte su un computer e salvate in uno dei tanti database della rete.
Ti voglio bene perchè… si.
Ti voglio bene per come sei. E per quello che mi trasmetti quando siamo insieme.
TI voglio bene per quello sguardo e quel sorriso che scaccia qualsiasi nuvola dai pensieri.
Ti voglio bene per quelle piccole confidenze sussurrate in una piazza. In macchina o a casa tua.
Ti voglio bene per quel tuo contattarmi nonostante i miei nick minatori su MSN due anni fa.
Ti voglio bene per esserci. Per far parte della mia vita. Per essere un punto saldo di questa che, indipendentemente dalle discussioni che abbiamo avuto, e che potremo avere, c’è. E non se ne andrà mai.
Sorelle nell’anima.
L’ho detto. Lo ripeto.
Gli amici sono poi quella famiglia che uno può scegliersi no?
E noi ci siamo scelte. E ti ringrazio per questo.
Fede.
Voglia di fuggire.
© Federica Venuto 2009
E sono ad un corso.
E in realtà dovrei passare queste ore a finire il sito che dovrò consegnare venerdì.
E invece giro tra le pagine di internet, mentre itunes urla nelle mie orecchie canzoni a random, spesso e volentieri, che non sapevo nemmeno di avere. E perdo tempo. Perché tanto se mi ci mettessi adesso a lavorare con flash, html e css mi incasinerei soltanto, ritrovandomi a non capire niente di ciò che vorrei vedere. Ritrovandomi con un sito da rifare, completamente. E quindi eccomi qui. Tastiera in mano. Sguardo perso davanti al pc. Le labbra arricciate e il piede nervoso che batte a terra, mentre le imprecazioni dei compagni di corso a cui i codici non funzionano mi sfiorano appena.
E mi immergo in giochi di ruolo, senza realmente interessarmene. Leggo, guardo, sbircio e spio, eppure non ho voglia di giocare. Non ho voglia di pensare ai casini di sorta. Non ho voglia di dover pensare a muovermi per altri, ricevendo solo calci nei denti per tutta risposta. In fondo….
Oggi non ho voglia di esistere.
Oggi vorrei solo chiudere gli occhi e scivolare in un sonno profondo e privo di sogni.
Oggi vorrei solo prendere un treno e andarmene.
Oggi vorrei una marea di cose. Ma sono qui, a morire di caldo in un’aula troppo stretta per il numero di persone che siamo. Ad aspettare le 18 per poter fuggire, caricarmi in macchina, e correre a mettere i pattini ai piedi e sfogarmi contro l’asfalto del Valentino.
E questo è un post assolutamente insensato.
Privo di nesso logico.
Privo di perchè.
Ma sfogarmi, anche senza scrivere esattamente tutto ciò che mi passa per la testa, mi aiuta a fare un minimo di ordine nella mia esistenza.
Mi basta poco, si.
Alla prossima.
Oggi post doppio…
© Federica Venuto 2009
Oggi parlo di due persone, importanti, soprattutto, da due anni a questa parte.
Due anni fa, quando avevo lasciato tutto, e tutti, in Italia, e me ne ero fuggita in Francia. Per ricostruirmi. Per ricostruire la mia vita. Per cambiare, non sapevo nemmeno io come, il mio modo di essere.
E in fondo l’ho fatto. Ho affrontato quei piccoli problemi quotidiani che il vivere da soli comporta. Ho affrontato l’idea di fare attenzione ai prezzi mentre faccio la spesa, calcolare la differenza tra una marca e l’altra, e non prendere le cose a caso.
Ho imparato l’importanza di non comprare qualcosa che non avrei usato.
Ho imparato che se ho un problema, devo saperlo affrontare, e che non posso sempre appoggiarmi a mamma e papà.
Ho imparato che uscire la sera, facendo leva su quei pochi soldi sul conto, non da la possibilità di affrontare spese improvvise.
Ho imparato cosa significa rimanere senza soldi sul conto. Guardare la lettera della banca e pensare a come uscire dal casino in cui mi ero messa. Un assegno versato, ma che ancora non risultava incassato.
Ho imparato cosa significa sentirsi dire “Non hai superato il mese di prova. Puoi tornare in Italia.” E alla domanda sul perché non lo avessi superato, sentirmi rispondere una scusa come tante, perché la reale motivazione non riguardava direttamente me, o un mio errore.
Ho imparato cosa significa aspettare con ansia la telefonata del Casting del posto di lavoro. Cosa significa cercarli in continuo, sperando che in quella settimana trovino modo di offrirti altro, perché in Italia non ci vuoi tornare.
Ho imparato cosa significa gioire del fatto che mi veniva data un’altra possibilità. Cosa significa riavere la tessera di lavoro che era stata tagliata in due. Cosa significa guardarsi allo specchio, ed essere di nuovo fieri di come si è.
Ma ho imparato anche cosa vuol dire sentirsi sbagliata, in alcuni momenti ed in alcune situazioni.
Ho imparato cosa significa vedere la propria madre prendere una metro e allontanarsi da dove eravamo noi, per una stupida incomprensione.
Ho imparato cosa significa provare la mancanza di un abbraccio materno. Delle urla di mio padre. Dei litigi con mia sorella.
Ho imparato a convivere con delle sconosciute. A cambiare le mie abitudini, per cercare di renderle comuni.
Avrei voluto imparare a sparire davvero. A dimenticare l’Italia, e vivere a pieno la mia avventura.
Avrei voluto restare un nick su msn, o qualcuno da trovare ad un numero telefono straniero, perché quello italiano era troppo complicato da ricaricare. Una voce, parole, lontane. In parte irraggiungibili.
E questo non l’ho imparato, invece.
E ho consegnato quel foglio di dimissioni. Convincendomi di farlo solo perché nella mia vita era entrato Fra. Convincendomi che era la cosa giusta per qualcosa che volevo vivere.
Convincendomi, anche per quell’anno e mezzo successivo al mio ritorno, che il reale motivo era lui. Che ero tornata per vivere la nostra storia. E celando, sopprimendo, cancellando l’impressione di essermi “accontentata” di qualcosa.
Ingoiavo bocconi amari, comportamenti sbagliati. Perché… era giusto cosi.
Io so, di non essere una buona amica.
Io so di avere una marea di difetti. Di essere sbagliata la maggior parte delle volte. Di dire cose che non dovrei dire, solo perché non imparo a tenere a freno la lingua.
So che, entrambe, vorreste che io fossi diversa, che mi comportassi in modo diverso. Che riuscissi, una volta per tutte, a cancellare la maschera di Armilan per sempre.
Ma è una maschera che indosso da troppo tempo. E’ una maschera che mi vive addosso, e che se abbandono, torna a cercarmi.
Ma quando dico di volervi bene. Non lo dico perché è facile da dire. Non lo dico perché è una cosa del momento. Ho passato anni a non dirlo. Ho passato anni a soppesare ogni singola sillaba, prima di parlare. E mi sono ritrovata a sentirmi vuota. Priva di interessi. Priva di stimoli.
Eppure. Ci siete.
Eppure, in qualche modo, fate parte di me.
E morirei se dovessi perdervi.
E mi rendo conto di essere sbagliata. Mi rendo conto di essere stronza. E mi rendo conto della fatica che si faccia a starmi vicina.
E lo so, lo so, che dovrei cambiare. Imparare a stare zitta. Ma se è un periodo così. Non ci riesco. Non riesco a nascondere lo scazzo. Non anche con voi.
Sono stufa delle maschere.
Sono stufa di essere Armilan per tutti.
E non riesco a far vedere del tutto Federica.
E mo la smetto di scrivere, che mi sento patetica.
Ancora…
© Federica Venuto 2009
E tanto per cambiare, tanto per fare qualcosa di “nuovo”, sono di nuovo qui a sfogarmi con le parole.
Mi immergo in un mondo irreale e fittizio. Esattamente come lo facevo qualche anno fa.
Mi immergo in discorsi e pensieri che mi spaventano, e che mi feriscono. (Si, sono talmente furba da spaventarmi e ferirmi tutta da sola. Guardate che ci vuole impegno eh!!)
E a volte, mi guardo intorno, mi fermo a guardare le persone, e rifletto a cosa queste potrebbero pensare. Un po’ come la Mole Antonelliana sovrasta Torino, io sto sovrastando la mia vita. E controllo, meticolosamente, le persone che mi si avvicinano, o almeno, che ci provano.
Poi, però, mi guardo dentro.
E mi sento arida.
E mi sento vuota.
E mi chiedo cosa possa servire cercare di comprendere chi mi circonda, quando non riesco a comprendere nemmeno me stessa.
Vorrei svegliarmi, un giorno, guardare davanti a me, e vedere la mia vita già pronta, preconfezionata, solo da spacchettare e… vivere.
Ma mi viene detto che le cose vanno costruite, con pazienza. Vanno sognate. Vanno desiderate.
E allora perché le cose che sogno. Le cose che desidero. Nonostante siano il mio unico punto fisso.. scompaiono?
Che siano persone.
Che siano possibilità lavorative.
Che siano idee, passioni…
Tutto scompare. E mi avvolgo di questa nera coperta che è la solitudine.
E mi guardo intorno sorridendo, indossando una maschera che erano anni che non indossavo.
Indossando la maschera che pensavo di aver abbandonato vicino ad un fiume.
Indossando una maschera che, come la maschera di The Mask, è tornata ad avvolgermi, a vivermi dentro. A vivermi addosso.
Vorrei. Esistere.
Vorrei esistere per qualcuno.
Vorrei che le mie parole non fossero da vedere sempre come attacchi.
Vorrei che le parole che mi vengono rivolte, non fossero sempre pugnali che mi si conficcano nello stomaco, e che se togliessi, farebbero ancora più male.
Vorrei capire. Cosa desidero. Cosa desidero davvero per la mia vita.
E prendere il coraggio a due mani, ed inseguire quel desiderio, fino a vederlo realizzato, per concentrarmi sul prossimo.
Ma non ne sono capace.
Buona notte mondo Virtuale.
La buona notte al mondo Reale, arriverà più avanti.
Una crepa
© Federica Venuto 2009
Oggi mi sento cosi.
Divisa in due da una crepa talmente profonda che appena mi sembra di sanarla, si riforma.
E sono stanca. Stanca nemmeno io so di che cosa.
E vorrei fuggire da me stessa ma, dicono, che il piano astrale esista solo nei Videogiochi e nei Telefilm.
Vorrei, per un attimo, abbandonare da qualche parte le mie paure. I miei dubbi. I miei pensieri, e sentirmi libera da questo macigno che mi tengo sulle spalle.
E invece? Invece mi immergo in un mutismo che non mi appartiene, e lascio che le dita scorrano su questa tastiera, violentandola, facendo comparire una marea di lettere a creare parole senza senso su pagine bianche che, poi, torneranno tali.
Delete.
Un tempo giocavo ad un gioco, online.
In questo gioco, quando si voleva cancellare il personaggio per sempre, vuoi per smettere di giocare, vuoi per ricrearlo senza dover perdere il nome e la storia. Vuoi per una marea di motivi…
Bastava scrivere “Delete”, un messaggio ti chiedeva di confermare la tua azione, ripetendo ancora quella parola.
Sei caratteri che mettevano fine ad un’avventura.
Sei caratteri da ripetere semplicemente due volte, un gesto spesso fatto con leggerezza.
Ed oggi mi sento così.
Vorrei fare Delete. Per decidere poi se ricrearmi, o semplicemente scomparire nel nulla.
Perché ci sono giorni in cui la testa è talmente piena di pensieri, che sembra esplodere. E mi concentro, sul rumore ritmico delle dita sulla tastiera. Sul rumore ritmico del ticchettare dell’orologio alle mie spalle.
E cerco, non so nemmeno io come, di svuotare la testa, di liberarmi di questi flash che mi attraversano i neuroni.
Peggiorando, forse, solamente la situazione.
Mi sento un vecchio muro di una chiesa. Attraversato da capo a piedi da una crepa. Profonda. E so’ che sto per cadere. So’ che sto per crollare. So’ che, prima o poi, la profondità di quella crepa mi dividerà in due.
… E sarà allora, che avrò paura di me.
Riflesso
© Federica Venuto 2009
Mi sembra di vivere il riflesso della mia vita.
A volte, mi guardo intorno, scruto le persone che mi circondano, e non mi vedo tra loro. Non mi riconosco nelle azioni che faccio. Non mi riconosco nelle parole che dico. Non… riesco a superare questo senso si apatia che negli ultimi mesi si è presa possesso di me, dei miei pensieri. E ho paura.
Paura che tutto possa definirsi in modo talmente forte, da spingermi fuori dalla mia stessa esistenza. Paura che tutto possa sembrare risolvibile così come lo era un paio di anni fa.
Sto ripercorrendo “le vie che portano all’essenza” per citare una canzone che, in vari momenti della mia vita, ha solleticato le corde dei sentimenti.
Sto ripercorrendo gli ultimi anni passati. Le scelte. Gli errori. E mi chiedo quando abbia iniziato a sentirmi… così.
Ho tentato di evadere dalla mia vita. Riuscendoci, in parte, ma rituffandomi in una situazione che speravo aver cancellato dalla mia esistenza.
E so perfettamente che il mondo ha ragione a dirmi che non esisto. Che non concludo niente. Che… che… che…
Ma chi, in questi anni si è davvero chiesto cosa ci fosse dietro quel riflesso di me che mostro?
L’attimo…
© Federica Venuto 2009
Avrei voglia di ricordarmi come si sogna.
Avrei voglia di ricordarmi cosa si prova, quando per un attimo, manca un battito.
Avrei voglia di comprendere, tutto questo, con qualcosa che mi sia possibile accettare.
Avrei voglia di fare tabula rasa nella mia testa. Nel mio cuore. E ricominciare da zero.
Cosi come, quando scendo le scale di una stazione, immergo i miei pensieri in ciò che sto lasciando in quella città, per vivere. Vivermi. Nella città successiva.
Eppure. Ogni volta che il treno torna a casa. Ecco ancora li i miei pensieri, abbandonati sulla banchina della stazione, risaltarmi addosso. Invadermi mente e cuore. Fino a farlo scoppiare.
E ci sono momenti in cui mi sento felice.
Ce ne sono più di quanti potrei avere il coraggio di chiederne.
Eppure, quei momenti sono effimeri. Sono rapidi. Troppo. Perchè poi, ecco che quel treno torna a casa. E non basta cercare di scrutare le espressioni di chi mi circonda, immaginare a cosa stiano pensando, per liberarmi da ciò che non vorrei più provare. Da ciò che non vorrei più sentire.
Sono incatenata, a doppio giro, a qualcuno che non potrò mai avere, e che il mio corpo chiama a se in ogni istante. Con ogni sua fibra.
Sono incatenata, a doppio giro, ad un’illusione, nata ormai anni fa.
Un’illusione che a modo suo è riuscita a cancellare quella precedente. Forse più credibile. Forse più…. possibile.
E ho paura.
Paura di lasciarmi andare, per ciò che so che non ci potrà esser mai.













