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Voglia di fuggire.

Viaggiano i miei pensieri.

© Federica Venuto 2009

E sono ad un corso.
E in realtà dovrei passare queste ore a finire il sito che dovrò consegnare venerdì.
E invece giro tra le pagine di internet, mentre itunes urla nelle mie orecchie canzoni a random, spesso e volentieri, che non sapevo nemmeno di avere. E perdo tempo. Perché tanto se mi ci mettessi adesso a lavorare con flash, html e css mi incasinerei soltanto, ritrovandomi a non capire niente di ciò che vorrei vedere. Ritrovandomi con un sito da rifare, completamente. E quindi eccomi qui. Tastiera in mano. Sguardo perso davanti al pc. Le labbra arricciate e il piede nervoso che batte a terra, mentre le imprecazioni dei compagni di corso a cui i codici non funzionano mi sfiorano appena.

E mi immergo in giochi di ruolo, senza realmente interessarmene. Leggo, guardo, sbircio e spio, eppure non ho voglia di giocare. Non ho voglia di pensare ai casini di sorta. Non ho voglia di dover pensare a muovermi per altri, ricevendo solo calci nei denti per tutta risposta. In fondo….

Oggi non ho voglia di esistere.
Oggi vorrei solo chiudere gli occhi e scivolare in un sonno profondo e privo di sogni.
Oggi vorrei solo prendere un treno e andarmene.

Oggi vorrei una marea di cose. Ma sono qui, a morire di caldo in un’aula troppo stretta per il numero di persone che siamo. Ad aspettare le 18 per poter fuggire, caricarmi in macchina, e correre a mettere i pattini ai piedi e sfogarmi contro l’asfalto del Valentino.

E questo è un post assolutamente insensato.
Privo di nesso logico.
Privo di perchè.
Ma sfogarmi, anche senza scrivere esattamente tutto ciò che mi passa per la testa, mi aiuta a fare un minimo di ordine nella mia esistenza.
Mi basta poco, si.

Alla prossima.

L’attimo…

La velocità di un Viaggio.

© Federica Venuto 2009

Avrei voglia di ricordarmi come si sogna.
Avrei voglia di ricordarmi cosa si prova, quando per un attimo, manca un battito.
Avrei voglia di comprendere, tutto questo, con qualcosa che mi sia possibile accettare.
Avrei voglia di fare tabula rasa nella mia testa. Nel mio cuore. E ricominciare da zero.
Cosi come, quando scendo le scale di una stazione, immergo i miei pensieri in ciò che sto lasciando in quella città, per vivere. Vivermi. Nella città successiva.

Eppure. Ogni volta che il treno torna a casa. Ecco ancora li i miei pensieri, abbandonati sulla banchina della stazione, risaltarmi addosso. Invadermi mente e cuore. Fino a farlo scoppiare.
E ci sono momenti in cui mi sento felice.
Ce ne sono più di quanti potrei avere il coraggio di chiederne.
Eppure, quei momenti sono effimeri. Sono rapidi. Troppo. Perchè poi, ecco che quel treno torna a casa. E non basta cercare di scrutare le espressioni di chi mi circonda, immaginare a cosa stiano pensando, per liberarmi da ciò che non vorrei più provare. Da ciò che non vorrei più sentire.

Sono incatenata, a doppio giro, a qualcuno che non potrò mai avere, e che il mio corpo chiama a se in ogni istante. Con ogni sua fibra.
Sono incatenata, a doppio giro, ad un’illusione, nata ormai anni fa.
Un’illusione che a modo suo è riuscita a cancellare quella precedente. Forse più credibile. Forse più…. possibile.

E ho paura.
Paura di lasciarmi andare, per ciò che so che non ci potrà esser mai.

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La fotografia è probabilmente fra tutte le forme d'arte la più accessibile e la più gratificante. Può registrare volti o avvenimenti oppure narrare una storia. Può sorprendere, divertire ed educare. Può cogliere, e comunicare, emozioni e documentare qualsiasi dettaglio con rapidità e precisione. (John Hedgecoe)
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