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Riflesso
© Federica Venuto 2009
Mi sembra di vivere il riflesso della mia vita.
A volte, mi guardo intorno, scruto le persone che mi circondano, e non mi vedo tra loro. Non mi riconosco nelle azioni che faccio. Non mi riconosco nelle parole che dico. Non… riesco a superare questo senso si apatia che negli ultimi mesi si è presa possesso di me, dei miei pensieri. E ho paura.
Paura che tutto possa definirsi in modo talmente forte, da spingermi fuori dalla mia stessa esistenza. Paura che tutto possa sembrare risolvibile così come lo era un paio di anni fa.
Sto ripercorrendo “le vie che portano all’essenza” per citare una canzone che, in vari momenti della mia vita, ha solleticato le corde dei sentimenti.
Sto ripercorrendo gli ultimi anni passati. Le scelte. Gli errori. E mi chiedo quando abbia iniziato a sentirmi… così.
Ho tentato di evadere dalla mia vita. Riuscendoci, in parte, ma rituffandomi in una situazione che speravo aver cancellato dalla mia esistenza.
E so perfettamente che il mondo ha ragione a dirmi che non esisto. Che non concludo niente. Che… che… che…
Ma chi, in questi anni si è davvero chiesto cosa ci fosse dietro quel riflesso di me che mostro?
L’attimo…
© Federica Venuto 2009
Avrei voglia di ricordarmi come si sogna.
Avrei voglia di ricordarmi cosa si prova, quando per un attimo, manca un battito.
Avrei voglia di comprendere, tutto questo, con qualcosa che mi sia possibile accettare.
Avrei voglia di fare tabula rasa nella mia testa. Nel mio cuore. E ricominciare da zero.
Cosi come, quando scendo le scale di una stazione, immergo i miei pensieri in ciò che sto lasciando in quella città, per vivere. Vivermi. Nella città successiva.
Eppure. Ogni volta che il treno torna a casa. Ecco ancora li i miei pensieri, abbandonati sulla banchina della stazione, risaltarmi addosso. Invadermi mente e cuore. Fino a farlo scoppiare.
E ci sono momenti in cui mi sento felice.
Ce ne sono più di quanti potrei avere il coraggio di chiederne.
Eppure, quei momenti sono effimeri. Sono rapidi. Troppo. Perchè poi, ecco che quel treno torna a casa. E non basta cercare di scrutare le espressioni di chi mi circonda, immaginare a cosa stiano pensando, per liberarmi da ciò che non vorrei più provare. Da ciò che non vorrei più sentire.
Sono incatenata, a doppio giro, a qualcuno che non potrò mai avere, e che il mio corpo chiama a se in ogni istante. Con ogni sua fibra.
Sono incatenata, a doppio giro, ad un’illusione, nata ormai anni fa.
Un’illusione che a modo suo è riuscita a cancellare quella precedente. Forse più credibile. Forse più…. possibile.
E ho paura.
Paura di lasciarmi andare, per ciò che so che non ci potrà esser mai.






